News – “Madame La Harpe” Domenica 14 Giugno 2015 ore 20.30 Sala del Refettorio – Musei San Domenico Forlì – ingresso gratuito

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Madre di tutti gli strumenti a corda – lira, citara, liuto, clavicembalo e, infine, pianoforte – l’Arpa raggiunge nell’epoca in cui troneggia nei saloni di regine e nobil dame l’apogeo della sua gloria. Il XIX secolo esalta, coltiva ed esaspera tutti quei fantasmi che possono associarsi all’Arpa da cinque millenni, a cominciare dalla sua eterna “femminilità”.

L’Antichità greca, la cui autorità pesa più significativamente di quanto oggi si possa immaginare sulla nostra cultura musicale, trasmette all’Occidente la convinzione che numeri, note e strumenti abbiano un sesso.

L’Arpa, in virtù del vuoto centrale della sua cassa di risonanza, lo stesso vuoto che si impone al centro di un numero pari, diviene l’immagine più eloquente dell’universo al femminile e dell’harmonia figlia dell’amore, del pari e del dispari.

Nell’immaginario pitagorico, l’harmonia è un corpo aereo che s’invola nei cieli incarnandosi poi negli strumenti musicali. Ancora oggi nel Medio Oriente non si esita a venerare nell’Arpa le divinità la cui parola ha creato il mondo e, per la stessa ragione, l’Arpa figurava tra gli attributi degli angeli del paradiso cristiano.

L’Arpa, incarnazione “naturale” dell’immagine della donna, dell’amore e dell’ harmonia, attraversa gloriosa la nostra storia fino al Medioevo.

Se l’Antichità è molto liberale quanto al sesso dell’arpista, l’Occidente cristiano lo è meno e ripropone una diversa immagine femminile dell’Arpa.

Le grandi dame della buona società incarnano il nuovo modello di donna/arpista. Per loro i migliori liutai concepiscono strumenti sontuosi, riccamente e straordinariamente decorati.

L’Arpa, pizzicata dalle dita di dame esaltate come angeli musicisti, alle quali l’etichetta non permette di prodursi in concerto, e forte della sua funzione decorativa, troverà posto in ogni salone del bel mondo e, escluse rare eccezioni, l’“emancipazione” dell’Arpa la si deve agli arpisti uomini, che in tutta libertà possono fare della musica un mestiere.

Cherubini, che dirige il Conservatoire de Paris, apre infatti una classe d’Arpa “pour les messieurs” nel 1825 e una “pour les dames” nel 1835.

Siamo all’apogeo dell’Arpa, a quel XIX secolo ricco di repertorio e virtuosi che, come si è detto, rivaluta e crede nel “mito” dell’Arpa che un’antichità lontana gli ha trasmesso.

Il Romanticismo può facilmente accordarsi con la tradizione del passato che prevede proporzioni matematiche che generano consonanze e identiche proporzioni diano vita ad ogni virtù.

Durante il XIX secolo, grazie ai libretti d’opera, questa mitologia passa dai salotti letterari al teatro, contribuendo tra l’altro al ritorno dell’Arpa nei ranghi dell’orchestra sinfonica. Nell’opera che Paisiello compone per l’incoronazione di Napoleone, un’Arpa e un corno risuonano lontani come in un altrove nostalgico. Il libretto di Ossian (1804) di La Sueur, maestro di cappella di Napoleone, esige dodici Arpe celtiche per accompagnare le favolose romanze del bardo scozzese. Troviamo un’Arpa egizia nell’Aida di Verdi; l’Oro del Reno di Wagner (1854) presenta il numero magico di sette Arpe celesti, sei in scena e una tra le coulisses.

Poi, bruscamente, all’alba del XX secolo la sua fortuna lentamente scema e i merletti dorati del mito che incarna cominciano a coprirsi della polvere dell’oblio.

I compositori esponenti dell’Impressionismo francese che a cavallo dei due secoli rappresentarono maggiormente il rinnovamento del repertorio musicale per Arpa furono Claude Debussy (1862 – 1918), Gabriel Pierné (1863 – 1937), Maurice Ravel (1875 – 1937) e Marcel Grandjany (1891 – 1975).